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A cura di Mario Pappalardo
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Il Dottor Enrico Ferro si prende cura di Carolina e Diana
Una giovane mamma, Jala Odetti, è la protagonista di qualcosa che per la nostra concezione e capacità ha del sovrumano. Il giorno 01/02/2011, alla ore 2, da alla luce una coppia di gemelli di 2 chilogrammi e mezzo ciascuno, due splendide femminucce Carolina e Diana, il tutto avviene in una spoglia capanna nell'interno della foresta senza nessuna assistenza e con il semplice conforto, più che aiuto, di una vicina di capanna. La giovane Jala, stremata dalle sofferenze, non è in grado di gestire quest’operazione con una minima sicurezza igienica e sanitaria, il cordone ombelicale viene “strappato”, lasciandolo penzoloni attaccato al corpo delle bimbe, con il rischio di gravi complicanze sanitarie.

Lina Sottosanti Satta che ha adottato le gemelline
Il papà ha raggiunto, nel pomeriggio, le figliolette
La giovane Jala è a conoscenza che nella stessa giornata presso il centro salute di San Vicente, villaggio a 7 km dalla sua capanna, è giornata dedicata alle vaccinazioni, operazione che cura la missione cattolica di Bula dove noi ci troviamo ospiti, nella speranza di poter incontrare almeno qualche infermiere sistema alla meglio i gemelli e in quelle condizioni, pietose accompagnata dalla vicina, s’incammina a piedi per raggiungere questo villaggio.
Oggi Jala è stata molto fortunata, non ha trovato soltanto l’infermiere ma anche due medici, del nostro gruppo, Enrico Ferro e Giuseppe Pappalardo che si sono, subito, presi cura della mamma e delle figlie che sono state trovate in ottima condizione, nonostante la poca perizia nel recidere il cordone ombelicale che può essere causa di una Onfalite la quale può portare ad una Sepsi Generale o una Setticemia che irrimediabilmente porta alla morte.

Jala amorevolmente allatta una gemellina
La pericolosa imperizia nel recidere il cordone ombelicale

Lina è felice come se fosse lei la mamma
Bambini segnati dall'imperizia alla nascita
La Tenerezza
Il protagonista di questo caso è il piccolo Betu, un bambino che è giunto presso il centro salute di Bula nel tardo pomeriggio del 2 febbraio in stato comatoso perché affetto da: malaria, broncopolmonite, crisi acetomenica e grave stato di disidratazione, se non fosse stato oggetto di immediate cure, da parte dei nostri medici, dott. Enrico Ferro, dott. Gianmarco Ferro e Giuseppe Pappalardo sarebbe stato destinato ad una morte certa e imminente.

Il Dott. Giuseppe pappalardo, aiutato dalla mamma, si prende cura del piccolo Betu
In tarda serata sembrava che rispondesse meglio agli stimoli esterni ma restava in prognosi riservata, quantomeno era importante superare le prime 24 ore. A tarda sera vi è stato un consulto tra i medici succitati, era necessario lasciargli la flebo, con aggiunta di medicine, bisognava controllarlo non oltre le ore 6, mi impegnavo di farlo io personalmente visto che ogni mattina a quell’ora venivo svegliato dai “lamenti” del muezzin che invitava i musulmani alla preghiera, nenia che durava circa mezzora, rammento che in Guinea Bissau comincia ad albeggiare alle ore 7,30. Io dormivo nella stessa stanza occupata dal Dott. Gianmarco Ferro, per tranquillizzare la mamma del piccolo Betu le indicavamo dov’era la nostra stanza invitandola a chiamarci se ne avvertiva la necessità.
Come ogni mattina alle ore 6 sono stato “dolcemente” svegliato dai lamenti del muezzin e mi sono affrettato ad andare a visitare il piccolo Betu. Grande è stata la mia sorpresa quando, aperta la porta, ho visto immobile la figura della mamma del bambino in silenziosa attesa. La prima riflessione che mi è venuta in mente è stata: quante volte, questa povera mamma, è già venuta dietro questa porta? E con quale ansia? Non abbiamo possibilità di dialogo, parliamo due lingue diverse, uno sguardo d’intesa e in silenzio, velocemente, mi avvio nella stanza del bambino, seguito dalla madre. Con emozione devo constatare che con lei è in apprensione anche la signora che è ricoverata per i gemelli denutriti dal momento che la trovo con una torcia in mano ed illumina, alternativamente, Betu e la flebo. Accendo la luce e mi precipito a controllare il bambino, altra forte emozione, lo trovo immobile come se non desse nessun segno di vita. Era rigido e non rispondeva agli stimoli, mi attardo, chinato sul bambino, cercando una sua, minima, reazione che tarda a venire. La madre toccandomi sulle spalle mi indica la flebo, intuendo la sua ansia, a gesti, la tranquillizzo. Il piccolo Betu comincia a rispondere agli stimoli, con mia grande soddisfazione. Non ritengo ancora opportuno far intervenire i medici, a gesti, rassicuro la madre facendo cenno che dopo mezz’ora sarei ritornato. Alle ore 6,30 ritorno a visitare il bimbo e con sorpresa trovo che la madre si è tranquillizzata tanto da essersi appisolata a letto, anche la vicina riposa, questo conferma la mia ipotesi di una grande preoccupazione di queste due mamme. Mi rilasso anch’io trovando Betu sempre più presente agli stimoli. Alle ore 7,15 faccio intervenire i medici per prestare le cure del caso. Con immensa gioia di tutti dopo qualche giorno questo bambino è fuori pericolo. Ha avuto fortuna ad incontrare dei medici. Ed io continuo a ripetere che in qualsiasi parte del mondo il diritto alla vita non sia associato alla fortuna.

Dopo le cure, il piccolo Betu, può guardare il mondo
In Guinea Bissau è possibile constatare la veridicità del proverbio la necessità aguzza l'ingegno. Trattandosi di una foresta secolare tutti i centri abitati e tutte le capanne sono vicine ad alberi enormi, spesso può anche essere un elemento di pericolo e vi è la necessità di abbattere queste piante.

Piante secolari nei centri abitati
Come si fa ad abbattere una pianta alta 50 metri con un tronco di 6 metri avendo a disposizione un modestissimo macete?
Con il macete fanno dei lavori impensabili. Nella sottostante foto di sinistra potete notare un albero di Mogano Rosso, da noi questo è un legno pregiato da loro è solo un fastidio, un pò alla volta iniziano ad intaccarlo a colpi di macete finchè non riescono ad abbatterlo. Nella foto di sinistra un enorme baobab viene sfoltito, dai rami più alti sempre con lo stesso sistema.

Lina posa vicino al mogano rosso
Il baobab sfoltito
Il tronco di un baobab può raggiungere i 6 metri di diametro ed abbatterlo può diventare un serio problema. Queste piante ultracentenari alla base presentano delle irregolarità e loro approfittano proprio di questo dando fuoco in questi punti. Naturalmente ci impiegheranno anche anni prima di liberarsi della pianta.

Sfruttano le imperfezioni dei trochi ed iniziano a bruciarli.
Per alberi con il tronco regolare e non eccessivamente grandi intagliano un anello in modo da farlo seccare per poi abbatterlo con più facilità. Non avendo l'utilità economica di utilizzare il legname e la possibilità di spostarlo, quasi sempre, viene bruciato nello stesso posto dove è stato abbattuto. Il tronco che brucia, nella foto di destra, ha continuato ad ardere ininterrottamente per 7 giorni. Si trovava vicino alla missione dove pernottavamo.

tronco con la corteccia intagliata
Tronco che brucia
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Guinea Bissau = Caos
Tantissime cose che per noi sono scontate non è così per i paesi dove si vive improvvisando. Nella Missione Africa del 2010 abbiamo descritto il caos che c'è nel capoluogo Bissau. E' attraversata da un'unica strada lunga 5 chilometri che dall'aeroporto giunge fino al porto, la circolazione era caotica dal momento che tutto il traffico, buona parte trasporto pubblico, passava per questa strada. Quest'anno abbiamo trovato che questo tratto di strada è invivibile, ci sono tanti cantieri per tutta la sua lunghezza, stanno rifacendo il manto stradale, per accedere ad un qualsiasi negozio bisogna scavalcare cumuli di terra, si viaggia zig zagando fra le corsie aperte e quelle chiuse.

Strano a dirsi ma qui siamo in pieno centro di Bissau, il capoluogo.

Questi scavi vengono eseguiti manualmente con piccone e badile.

Immaginate quanta polvere è presente in città. La foto di sinistra si riferisce all'uscita di una scuola coranica, quella di destra alla vendita, all'aperto, di generi alimentari. Rammento sempre che siamo in pieno centro di Bissau

Tutto il lavoro viene eseguito manualmente. L'unico mezzo meccanico è quello della foto di sinistra che serve a compattare il terreno e renderlo pianeggiante. Anche la bitumazione viene eseguita manualmente nel seguente modo: si sparge del catrame liquido (vedi foto di destra) e sopra vi si mette uno strato di breccialino, ancora catrame ed ancora breccialino, sempre così finchè non si raggiunge lo spessore desiderato. Strano a dirsi ma il prodotto che si ottiene è molto resistente. .... Questo naturalmente per quanto riguarda la via centrale ...

Sempre in centro di Bissau strade che mai vedranno l'asfalto.

Discariche d'immondizia e accampamenti precari sono presenti in tutte le parti.
Mi dispiace che la documentazione di questo degrado non è completa io ero convinto che in Bissau non esistessero discariche di spazzatura, dal momento che la spazzatura è dappertutto e viene bruciata dai cittadini nei pressi delle abitazioni. Sono stato messo a conoscenza che vi è una vera discarica dove sono in competizione animali, adulti e bambini alla ricerca di qualcosa da mangiare. ... tutto questo è spaventoso!!! Fra l'altro ero anche a conoscenza che nella capitale Bissau vi è una zona industriale (sic.) dove vari stati europei hanno buttato fior di miliardi costruendo le solite cattedrali nel deserto. L'Italia nella zona industriale ha costruito un cementificio che non ha mai iniziato la sua attività. La Francia aveva costruito una catena di montaggio per piccole Citroèn; l'Olanda una fabbrica di camicie e di vestiti; la Svezia un laboratorio per fabbricare medicine primarie. Tutte opere, ormai saccheggiate, che non sono mai entrate in funzione.
Di queste cose preferisco parlarne quando ne ho conoscenza diretta e fotografica e il tempo di realizzare un'adeguata documentazione. Il tempo non basta mai! Vado lì per allietare i bambini con i miei spettacoli. Il resto Vuol dire che sarà l'argomento della Missione Africa 2012.

Siamo sempre in centro di Bissau. Gli automezzi non funzionanti vengono abbandonati dove si fermano non disponendo di una fonderia non è ne utile ne possibile raccogliere il ferro.

Qualsiasi posto è idoneo per la rottamazione.

Anche gli interventi di meccanica vengono eseguiti dove la macchina si ferma.
La Guinea Bissau è un paese che, purtroppo, ha bisogno di tutto. L'associazione Amici delle Missioni da anni lavora in questo paese ma naturalmente è necessario che proceda con i piedi di piombo, non è possibile stravolgere le abitudini di un popolo. Facciamo un piccolo esempio: i servizi igienici, qui sono inesistenti ...

I servizi igienici si ottengono, di solito, scavando una fossa nelle adiacenze della capanna e si pavimenta lasciando un buco. Non necessita molta fantasia per immaginare la puzza.

A volte ci si sbizzarrisce in un'architettura particolare. Questi sono i servizi igienici di una scuola, si tratta di due stanzette entrambi con un doppio servizio uno di fronte all'altro.

Noi non possiamo stravolgere le usanze di un popolo ma cercare di migliorarle. Nella scuola del villaggio di Bijmita, inaugurato durante questa missione, abbiamo provveduto a far realizzare dei servizi igienici alla turca, quantomeno dispongono di un sifone e non emanano cattivi odori, naturalmente senza acqua corrente verrà ripulito con un secchio.

Quello che rimane della testimonianza di 500 anni di dominio mantenuto con la forza.
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